L’ultima area espositiva, un ‘museo dentro il museo’, consiste in cinque ambienti dedicati alla facciata realizzata per il Duomo nell’Ottocento. Il primo di questi - un corridoio con teche a destra e sinistra - riassume la storia della nuova facciata iniziando con il frontespizio realizzato in pittura nel 1688, le cui ultime tracce sono ancora visibili nelle fotografie del Duomo della metà del XIX secolo. Deturpato dalle intemperie, questo addobbo realizzato per un matrimonio granducale rappresentava il remoto passato del principato mediceo, estintosi nel 1737. I successori dei Medici, i granduchi lorenesi, allontanati da Napoleone tra il 1799 e 1814, tornando avevano trovato un clima culturale aperto a nuovi modelli sociali ed artistici.

Così, a partire dai primi anni Venti dell’Ottocento, cominciarono a circolare proposte per una facciata architettonica in sostituzione del rovinato frontespizio dipinto, tutte concepite nell’idioma gotico allusivo alla ‘Fiorenza’ dell’epoca di Dante. L’iter ideativo del nuovo fronte, lungo quasi ottanta anni e segnato da feroci polemiche artistiche ed ideologiche, coincide con il processo di unificazione nazionale noto come il Risorgimento. La facciata del Duomo fiorentino diventerà infatti l’iniziale progetto creativo del nuovo Regno d’Italia, con la prima pietra posta da Vittorio Emanuele II nel 1860 e l’ultima delle porte bronzee scoperta alla presenza di Vittorio Emanuele III nel 1903.

Sono esposti qui disegni, acquerelli e stampe di Giorgio Müller, Niccolò Matas e Emilio De Fabris, corrispondenti agli inizi del processo ideativo. Un calco del tondo marmoreo di Aristodemo Costoli in onore di Arnolfo di Cambio, collocato in Duomo nel 1843-1844, ricorda il rinato interesse per la storia della Cattedrale in quegli anni e la conseguente svolta neo-gotica del gusto fiorentino. Due grandi dipinti di Niccolò Barducci spostano poi l’attenzione sull’ultima fase del processo d’ideazione: realizzati nel 1884-1885, raffigurano le due soluzioni finali proposte dall’architetto prescelto, Emilio De Fabris, la ‘cuspidata’ e la ‘basilicale’.

Il nocciolo di tutti i dibattiti intorno alla facciata infatti riguardava la preferenza estetica e politica da dare all’una o all’altra lettura del gotico. La versione cuspidata era considerata ‘nordica’ e quindi anche ‘austriaca’ in un’Italia da poco affrancata dal giogo viennese; quella basilicale – più rettilinea cioè, meno archiacuta - sembrava invece autenticamente ‘italica’.

Questa saletta offre una campionatura della ricca decorazione realizzata o quantomeno predisposta per la facciata del De Fabris secondo il programma di Augusto Conti, con l’Adamo e lEva di Lot Torelli, collocati sulla facciata nel 1886, e l’Aronne e il Samuele, ambedue di Giobatta Tassara, commissionati tra 1882e1883. D’interesse è anche la tela di Amos Cassioli, I fondatori degli istituti di Carità a Firenze, eseguita per lo scoprimento illustrativo della parte sinistra della facciata nel dicembre del 1879, con statue in gesso e dipinti su tela al posto dei futuri mosaici. Il mosaico finalmente realizzato su disegno di Niccolò Barabino avrà un tema e un’immagine diversi, ma il dipinto del Cassioli, purtroppo danneggiato dall’alluvione del 1966, rimane una testimonianza significativa, incluso del resto tra le opere esposte quando il Museo dell’Opera aprì i battenti al pubblico nel 1891.

Nel quarto ambiente sono esposte la delineazione a matita e acquerello bruno di una delle porte bronzee della nuova facciata, di Amos Cassioli insieme al figlio Giuseppe, e - nella teca di fondo - tre formelle bronzee di Giuseppe Cassioli, prove per una delle porte. L’ultimo concorso riguardante la facciata fu infatti quello indetto dalla Deputazione Promotrice nel 1887 per le tre porte, l’ultima delle quali, la porta maggiore di Augusto Passaglia, fu solennemente scoperta alla presenza dei regnanti nel maggio del 1903. Trovano posto in questa saletta anche alcuni paramenti ottocenteschi insieme a suppellettili liturgiche d’epoca. 

Emilio De Fabris morì nel 1883 senza vedere completa la facciata a cui aveva dedicato quasi l’intera vita professionale, e qui un ritratto d’epoca dell’architetto sembra guardare verso due dipinti realizzati l’anno seguente per i mosaici sopra le porte nord e sud: La Carità tra i rappresentanti delle istituzioni d’assistenza fiorentine e La Fede tra i rappresentanti delle corporazioni artigianali, ambedue di Niccolò Barabino; il cartone del mosaico della porta mediana, Cristo in trono tra santi, pure del Barabino, è esposto sullo Scalone Nuovo.

Nei dipinti del Barabino, dove le Virtù sono raffigurate con fattezze mariane, e nelle prove in gesso per i ritratti di illustri toscani posti nell’alto della facciata, sentiamo l’eco del programma iconografico del filosofo Augusto Conti in cui devozione mariana e cultura civile si sovrappongono e si confondono, come nella frase del programma riportata a parete.

Dopo la morte del De Fabris il completamento della facciata fu affidato al suo collaboratore Luigi Del Moro, nominato architetto dell’Opera del Duomo nel 1884, e fu Del Moro a raccogliere sia gli elogi che le critiche nell’occasione dell’inaugurazione ufficiale, il 12 maggio del 1887. Fu poi Del Moro a progettare i pochi ambienti del Museo dell’Opera, il cui stile neo-rinascimentale traspare nello Scalone ottocentesco per cui si scende alla Cappella Musicale, raggiungendo infine il Cortile del Ticciati e l’uscita. 


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